Quale motivo ti ha spinto ad iniziare?

Mi vergogno quasi a dirlo, ma l’idea iniziale mi è venuta dal film “Twister”, dove si racconta di una coppia di ricercatori che cercano di studiare la dinamica di un tornado in piena azione cercando di collocare, tra mille rischi, un analizzatore all’interno del tornado stesso. Hanno però un problema tecnico da risolvere.

Uno dei personaggi di questo film è una artista cinetica che ispirerà con una sua opera i protagonisti a risolvere il problema tecnico fondamentale per la riuscita del loro progetto. Infatti i due applicheranno piccole ventole di lamiera di alluminio ai sensori dell’analizzatore e finalmente, con grande tensione, riusciranno nell’intento.

La molla mi è scattata non solo grazie alla fugace visione di alcune opere (delle quali ho successivamente individuato il vero autore, Evan Lewis) quanto per il fatto che i protagonisti, per costruire le ventole di alluminio, usano lattine usate.

L’idea di una scultura in movimento sotto l’azione del vento e dell’uso di materiali riciclati si è impossessata di me e, dopo un periodo di incubazione piuttosto lungo, ho provato il desiderio di realizzare una delle mie opere più grandi, costruita quasi integralmente con materiali di recupero.

Un altro motivo, abbastanza particolare, mi è venuto in mente quando ho montato uno dei miei lavori per provarne il movimento. Quando ho visto che tutto andava bene, che il moto era fluido ed interessante ho pensato: “gli piace!”. È stato un moto spontaneo pensare che il vento gradisse la mia opera come un regalo, come un giocattolo. Da quel momento il vento è il mio migliore critico. Se va bene a lui va bene anche a me.

Che importanza ha il riciclaggio dei materiali nella tua opera?

E’ un’importanza notevole: l’idea per un nuovo lavoro mi viene molto spesso dall’osservazione dei materiali che recupero nei posti più disparati. Da un pezzo in fusione di ottone, trovato in una discarica di metalli, è nata per esempio “Libra”.

Preferisco comunque usare materiali già pronti piuttosto che andarli a comprare, cosa che spesso è difficile data la scarsa reperibilità di alcune materie prime: solo alcune ferramenta molto fornite hanno a disposizione barre e tubolari di ottone o alluminio o rame, che sono i miei materiali preferiti. Inoltre, filosoficamente trovo giusto riusare materiali preziosi che vengono scartati solo perché non si adattano più al sistema produttivo. Provo come una forte simpatia per i materiali rifiutati, mi soddisfa molto recuperarli e conferirgli una nuova dignità.

Mi dà una strana percezione vedere “morire” un oggetto. E’ una sensazione fortissima che provo quando vado da uno “sfasciacarrozze” e vedo automobili distrutte che una volta erano l’orgoglio del proprietario. Devo confessare che è un’emozione senza dubbio più intensa di quella che provo visitando un cimitero.

Inoltre, ma qui il discorso si fa più ampio, nel mondo occidentale contemporaneo le riparazioni vere e proprie non vengono quasi più effettuate. La filosofia moderna comporta la sostituzione integrale di parte o dell’intero oggetto non funzionante. Il problema è complesso e molto più vasto di quello che potrebbe sembrare: i sistemi economici come il nostro, basati sul consumo, impongono la soluzione della sostituzione integrale. Questo aspetto coinvolge anche tutto quello che viene definito “usa e getta”, dai pannolini ai piatti di plastica fino alle stampanti per computer, dove il prezzo della stampante è paragonabile al costo delle cartucce di inchiostro.

Non sono in grado di dire se questi metodi siano giusti o sbagliati, come modelli di sviluppo. So che per me il riuso è fonte di intensa soddisfazione, anche estetica.

E che importanza ha la tua formazione di ingegnere?

Sarei tentato di dire “nessuna” perché sono un ingegnere edile che avrebbe voluto fare l’architetto, quindi niente di meccanico. In realtà la scelta dell’edilizia è stata in gran parte provocata dagli epigoni del boom edilizio degli anni ’60, che ancora negli ultimi anni ’70 faceva sentire i suoi effetti, soprattutto a Roma. Mi ricordo ancora il vero e proprio affetto provato per una macchina per scrivere che ho smontato, rimontato, riparato, analizzato durante la mia adolescenza.

Trovo commovente la meccanica di precisione, la qualità dei materiali impiegati, l’ingegno delle soluzioni e l’accuratezza delle lavorazioni. In quest’epoca elettronica è difficile trovare qualcosa di divertente da smontare, infatti la meccanica è ridotta al minimo perché spesso inutile e soprattutto costosa.

Quindi dovrei concludere che la mia formazione di ingegnere è importante. Chi altro subirebbe il fascino di un meccanismo?

Molti scultori fanno realizzare le loro opere ad artigiani specializzati. Tu lo fai, o lo faresti?

Ti ho già parlato del piacere che provo a smontare e riparare oggetti meccanici, nell’ambito delle mie possibilità. In generale, la maggiore difficoltà del riparatore dilettante consiste nel difficile reperimento dei pezzi rotti od usurati (fuori produzione, introvabili se non si sa dove cercarli o riservati ai riparatori “ufficiali”). La frustrazione è spesso enorme: ho dovuto spedire un accendino a Milano perché è l’unico posto in Italia dove viene conservata la “preziosa” guarnizione che si era usurata.

Costruendo tutti i pezzi da me posso invece rigenerarli o sostituirli a piacimento. Inoltre, può capitare di fare modifiche per migliorare il funzionamento di alcune parti.

Ma in effetti il motivo principale per cui non mi rivolgo ad altre persone è che mi piace lavorare da solo.

Come sviluppi un progetto?

Come dicevo, spesso l’idea si forma intorno ad un oggetto interessante, che immagino inserito in un progetto facente parte di una delle categorie sulle quali lavoro.

Quali sono queste categorie?

Per ora sono tre: orizzontale, verticale e basculante.

Nella prima l’elemento rotante è orizzontale, e gira con vento proveniente da qualsiasi direzione senza bisogno di essere orientato. Le pale devono essere almeno tre, altrimenti il rotore potrebbe disporsi “a bandiera” e fermarsi anche in presenza di vento.

Nella seconda categoria il rotore è verticale e deve essere orientato nella direzione del vento da un timone, quindi il movimento è più complesso.

Le opere basculanti sono pale bilanciate che si abbassano sotto l’azione del vento e che vengono riportate alla posizione originale da un contrappeso o da una molla (piè spesso da entrambi), anche in questo caso le pale vanno orientate secondo il vento. Il movimento è più interessante di quanto può sembrare la descrizione.

La combinazione di queste tre categorie è ovviamente possibile ma non la ho ancora sperimentata.

Torniamo allo sviluppo del progetto

Una volta stabilita la categoria, è piuttosto facile immaginare un’opera. La cosa difficile è risolvere i problemi tecnici in modo semplice ed elegante, cosa che è alla base del mio lavoro.

Fino a quando ho sviluppato opere di dimensioni compatte tutto il procedimento si è sviluppato “a mente”, senza schemi o progetti grafici. Quando le dimensioni sono aumentate ho avuto bisogno di un supporto progettuale grafico per capire meglio le proporzioni senza procedere di getto, come facevo prima.

Effettivamente, se vedi i vecchi progetti, prima la fase di realizzazione era molto breve, uno o due giorni. Tutta l’opera si sviluppava in testa e realizzarla era piuttosto facile.

Quando ho iniziato ad esplorare il movimento di opere più grandi, che sono più lente e difficili da bilanciare, ho sentito il bisogno di studiare un modello grafico per calibrare le dimensioni delle varie parti.

Quindi si tratta di un procedimento analitico

Solo in parte. In effetti la mia idea è di realizzare le opere con il minimo di controllo dimensionale e numerico, nel senso che non mi sento portato ad agire - o per meglio dire come sono costretto dalle norme ad agire - come nella professione, misurando e valutando tutto. Mi colpì molto un aneddoto su Nervi, che progettava strutture ad occhio che venivano sempre convalidate dal calcolo. Sono convinto che l’approccio olistico sia più valido di quello analitico, per lo meno è più soddisfacente. Tra l’altro sono convinto che un metodo analitico non sia privo di sorprese e che non sia possibile progettare fino al minimo dettaglio senza modificare nulla in caso di esecuzione.

Mi piace avere conferma di una soluzione senza averla calcolata prima ma mi piace altrettanto sbagliare, come nel caso del mio progetto n°9 che non ha funzionato. Ho imparato molto da quell’errore.

Anche quando mi capita di sottovalutare le azioni alle quali sono sottoposte alcune parti, che quindi si rompono, non provo né frustrazione né rabbia ma quasi divertimento. Come se pensassi: “guarda che stupido: come poteva funzionare così?”.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nella realizzazione di un’opera?

Non ci sono vere e proprie difficoltà, durante il mio lavoro. L’idea è come un flusso che risolve qualsiasi problema; una volta avuta è quasi come se l’opera si costruisse da sola.

Anche se i miei lavori possono apparire precisi, meccanici, quasi logicamente affilati, sono in effetti la rappresentazione fisica di un pensiero immateriale.

L’idea nasce, si forma, si concretizza senza che metta mano ad un trapano o tocchi un materiale. Quando viene il momento, si tratta soltanto di mettere insieme i pezzi per concretizzare l’idea. In questa fase sono molto disponibile al compromesso per il raggiungimento del risultato. Lavorando sul materiale l’idea stessa si piega alla concretezza ma a quel punto l’opera è lì, davanti a me, ed il più è fatto.

Tu inizi a lavorare in questo campo all’età di 46 anni. Perché aspettare tanto?

Giusto ieri ho sentito citare una frase di Jorge Amado che più o meno dice che la vera libertà consiste nell’avere la possibilità di esprimersi. Probabilmente prima non ero libero, nel senso che mi sentivo chiuso nelle opportunità che pensavo mi fossero concesse. Nel 1984, quando avevo “l’età giusta”, lavorai nella computer-art italiana insieme a pochi altri che esploravano con me i nuovi orizzonti dell’arte elettronica. Partecipai a diverse rassegne, mi sentivo spinto da grande entusiasmo, ma il confronto con la critica ed il sistema dell’arte mi confuse al punto da smettere di lavorare in quel campo. Oggi penso che in quell’epoca non ero abbastanza libero.

Non credo che sia strano accorgersi di essere chiuso in una gabbia di preconcetti solo dopo aver pazientemente lavorato per scoprirli, rimovendoli uno ad uno; è un lavoro che richiede tempo e consapevolezza. Anche dedicare il mio lavoro al vento, che è un forte simbolo di libertà, non è evidentemente casuale.

Questa intervista è la prima occasione nella quale metto in chiaro le mie idee. Fino ad ora ho semplicemente assecondato un impulso a fare, senza chiedermi il perché. Ho ascoltato con attenzione i pareri ed i suggerimenti delle persone sulle le mie opere, ma nessuno di questi mi ha confuso o mi ha fatto dubitare sulla validità del mio lavoro.

Ho dato retta solo al vento.

Senti la mancanza di una formazione specifica o di un maestro?

Si può dire che in tutta la vita ho avuto tanti maestri ma nessuno in modo specifico. Una volta pensavo che mi sarebbe piaciuto averlo. Ora penso che se non lo ho mai avuto non posso nemmeno sapere se mi sarebbe piaciuto veramente, o che se ne avessi davvero avuto bisogno forse l’avrei trovato.

Certo che sono stato comunque molto suggestionato da alcuni autori.

La prima volta che ho visto un’opera di Tinguely mi sono letteralmente commosso, dopo mezz’ora di vera e propria contemplazione e studio del suo movimento. La cosa divertente è che il movimento in effetti l’ho dedotto, perché come al solito la scultura era ferma (credo che l’avessero spenta perché avrebbe prodotto un rumore infernale). Ho trovato quella scultura una cosa stupenda perché conciliava perfettamente l’estetica con la meccanica e, più in generale, la tecnica. Inoltre era costruita con pezzi di recupero saldati alla meglio e, come ho già detto, questo mi piace parecchio.

Calder invece non mi ispira molto. Anche se usa il vento. Ma devo dire che ho visto poche delle sue opere dal vivo e forse non lo conosco abbastanza.

Per quanto riguarda la mancanza di formazione specifica non saprei dirti. Penso che forse la formazione possa venire anche dopo, nel senso che prima vorrei avere veramente chiaro quello che mi serve, anche perché In un certo senso ho paura che se dovessi acquisire una grande quantità di informazioni potrei fare confusione e di perdere quindi di naturalezza.

È la seconda volta che parli in modo negativo della confusione, potresti chiarire il concetto?

Quello che intendo dire quando parlo di confusione è che di fronte ad una grande quantità di dati io non riesco ad organizzarli in nessun modo. Per esempio non riesco ad appassionami agli scacchi o a giochi analoghi: non riesco a trovare una soluzione di fronte a tante possibili scelte, quindi gioco d’istinto e perdo inesorabilmente dopo poche mosse.

Non riesco ad avere un vero e proprio metodo di lavoro, il mio bancone è sempre in disordine, non ho orari, posso fare due girini in due giorni e fermarmi per due mesi.

Girini?

Tra me e me e con gli amici chiamo così i miei lavori. Il termine deriva dal fatto che girano, anche se alcuni non girano affatto. Mi rendo conto che è un nome abbastanza stupido, ma continuo ad usarlo come termine affettuoso. Ci sono stati tentativi di cambiarlo ma ti risparmio i risultati, ad un certo punto ho smesso di pensarci quando mi sono detto che tutto sommato il nome andava bene per me, ma non era necessario.

Poi è un termine “leggero” che per ora va benissimo.

Esiste una collocazione che tu ritieni ideale per le tue opere?

Qualsiasi posto dove ci sia vento va bene, ovviamente. Il vero problema è che sono meccanismi che hanno bisogno di una manutenzione più o meno assidua: in caso di vento molto forte qualche pezzo si può rompere, se uso materiali non inossidabili la ruggine li deteriora, i cuscinetti vanno lubrificati. Non sono operazioni da fare ogni settimana, ma non si può installare un’opera e dimenticarla lì.

Questo mi rende perplesso, perché non ho mai riflettuto a fondo sulla questione. Mi potrebbe anche andare bene che i miei lavori abbiano un ciclo vitale e che abbiano bisogno di cure.

Potrei includere un libretto di uso e manutenzione.

Che rapporto c’è tra l’aspetto di un’opera ed il suo funzionamento?

Direi che è questo rapporto il punto focale del mio lavoro.

Ogni parte delle mie opere è funzionale e necessaria al movimento. Non ci sono parti inutili o non giustificate da una motivazione tecnica.

Ho in modo diverso ripreso le finalità delle mie opere di computer-art. Quello che mi interessa e che mi interessava allora è affermare l’estetica della tecnica, non l’uso della tecnica per ottenere un risultato estetico.

Mi rendo conto che questo discorso è stato già fatto e si fa tuttora, ma ho voglia di dire la mia. Credo che ce ne sia bisogno, perché lo sviluppo che ha avuto la tecnologia nell’ultimo secolo è stato troppo veloce, e assimilato solo in parte. Mi sembra che l’umanità stia ancora digerendo le macchine a vapore. Ci vuole tempo, più tempo, e soprattutto non bisogna dare niente per scontato.

Cosa che rapporto hanno le tue opere rispetto alla rivoluzione elettronica?

Come dicevo prima, ci vuole tempo. Secondo me l’elettronica è troppo avanti rispetto all’uomo.

Non intendo dire rispetto all’uso che se ne fa: chiunque sa usare le apparecchiature elettroniche; ma l’uomo proviene da migliaia di anni di cultura del tutto priva di oggetti così complicati. L’umanità è troppo abituata a capire ciò che usa.

Perché c’è ancora tanta gente che subisce il fascino della spada o dell’aratro, o di un mulino? Perché sono belli? E perché lo sono? Secondo me perché li ha assimilati.

Uno degli aspetti più divertenti del mio lavoro è l’andare in giro per negozi di computer a farmi regalare hard disk rotti. Di tanto in tanto faccio il mio giro e torno a casa con tre-quattro di questi prodotti di alta tecnologia e, come un uomo primitivo, li smonto pezzo per pezzo. Metto da parte i dischi, i motori, le testine, le viti, e butto via tutto il resto (li porto al riciclaggio, non sono così primitivo).

Un motore diventerà quindi il pignone di un rotore e con i suoi bei cuscinetti a sfere miniaturizzati girerà benissimo senza attrito. Un bel disco di acciaio cromato sarà un timone. Non trovi divertente che quel pezzo di acciaio cromato poteva contenere dati per 20 gigabyte? E che quel motore viene fatto girare dal vento e non fa girare piè nulla?

Mi piace abbassare il livello tecnologico ed innalzare il livello estetico, mi sembra di pareggiare i conti, di farli tornare di più.

Per questo dentro di me sorrido quando qualcuno mi chiede se i miei girini producono corrente elettrica (“corrente elettrica? e che cos’è?”).

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